domenica 1 agosto 2010   
 
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Gli articoli di "Libertà" - www.liberta.it



CASA MONTAGNA DI FERRIERE, IL NIDO DELLE FAVOLE

Di DENISA PETREHUS Università Babes-Bolyai, Cluj-Napoca, Romania

C'era una volta...Così comincia ogni favola in tutte le lingue del mondo. E non a caso...In questa "estate/tesa come un arcobaleno" come dice la sensibile poetessa Bruna Milani in una sua poesia, ho avuto la fortuna di accompagnare per la prima volta a Ferriere il gruppo di ballo "Companion" dalla Romania al Festival internazionale dei giovani. Dopo un lunghissimo viaggio siamo finalmente arrivati a Casa Montagna, struttura diretta dal maestro di sport Carlo Devoti. Qui si sono dati appuntamento diversi gruppi di quattro paesi: Romania, Polonia, Taiwan e Italia. Dunque la grazia rumena, la dolcezza taiwanese, i ritmi popolari polacchi, la simpatia italiana si sono riunite a Casa Montagna, il Nido caldo che ci ricorda -volens-nolens- la nostra infanzia; non conta il paese da cui proveniamo... La condizione "sine qua non" in questo Nido è la voglia di dare e ricevere, "do ut des" di tutto quello che di meglio siamo. Il motto di Casa Montagna è "Muovi il corpo e allarga la mente" come dice Devoti che, dopo 25 anni di questa esperienza, ne parla con la stessa felicità, senza traccia di fatica. L'idea di riqualificare il concetto di "colonia" è una delle più interessanti. All'inizio c'erano solo 70 bambini tra cui un gruppo di rumeni di Onesti (chissà perché proprio i rumeni sono stati tra i primi viaggiatori ad arrivare qua...). La nostra tradizione continua anche oggi: i bambini rumeni della scuola "Nadia Comaneci" e quelli della scuola n.1 di Onesti vengono qui ogni anno portando le loro tradizioni e balli popolari. Adesso circa 2500 bambini, che rappresentano 24 nazioni del mondo, si incontrano a Casa Montagna per partecipare a questo progetto che si riqualifica sempre più grazie all'apporto di tutti i partecipanti: si sa che vivere i valori attraverso lo sport e l'arte è un concetto olimpico. Qui, in questo Nido, ognuno cerca di dare il meglio di sé, si scambiano tradizioni di diverse culture, ma anche indirizzi, e-mail e - perché no?- sentimenti e lacrime... Il gruppo "Companion" dell'università di Babes-Bolyai di Cluj-Napoca diretto dall'insegnante Emilia Grosu ha portato in scena, su ritmi di musica italiana, la simbiosi tra ginnastica artistica e danza moderna. A Santa Margherita Ligure, Piacenza, Fiorenzuola, Ferriere, Bettola, Perino gli spettatori hanno apprezzato la loro performance. A Casa montagna abbiamo incontrato la compagnia "Taiwan An-Chi Art Dance Group" per la quale la direttrice, maestra Yang An-Chi, ha creato coreografie neoclassiche e moderne, folkloristiche e tradizionali unite alle melodie e ai colori orientali. Dalla Polonia è arrivato il gruppo "Wieliszlew Folk Dance Ensemble Promyki" composto da 50 bambini che hanno messo in scena i loro bellissimi balli tradizionali. Qui a Ferriere, ho avuto il piacere e l'onore di conoscere il signor Liu Hung presidente dell'Associazione Cinese in Italia dove vive da 43 anni, ma non si è ancora stancato anzi, parla della sua esperienza qua con una simpatia taiwanese-italiana. Dai suoi occhi a mandorla si nota anche da lontano il suo piacere di vivere in Italia dove da 33 anni inserisce in vari festival i gruppi taiwanesi insieme al cuore di questo Festival Internazionale: Carlo Devoti. In un italiano perfetto Liu Hung Yan afferma <L'arte, la cultura, la musica, i monumenti... tutto mi piace in Italia> e continua <è interessante partecipare a questi avvenimenti internazionali perché vi sono scambi culturali e occasioni per conoscere persone di altri paesi.> Così tutti torniamo a casa arricchiti dalle due settimane passate qua. Tutti i "pellegrini" che qui si sono incontrati parlano la stessa lingua: la lingua internazionale del ballo dove non contano le regole di grammatica, tutte le regole si sciolgono. Qui coniughiamo e decliniamo in passi di danza...l'interprete è il nostro cuore... Il tempo è volato e come ogni favola ha una fine. Fra qualche giorno ci saluteremo prima di ripartire per un lungo viaggio verso casa... lo faremo nel linguaggio internazionale del ballo, del canto, dell'amicizia e della speranza di incontrarci un giorno di nuovo, non si sa quando né dove...Rumeni, taiwanesi, polacchi, italiani tornano A CASA. Suona triste...Lo sappiamo tutti che balli e lacrime non hanno bisogno di traduzione. Carlo Devoti, il Mago, ha costruito qua, a Ferriere, un'oasi di felicità. Multumese, dzeiekuje, schie-schie, grazie... ringraziamo in tutte le lingue del mondo Carlo Devoti per il nostro nido trovato qui e per "questi giorni dorati, quest'estate/fatata, prodigiosa/ che con un colpo di genio/ ci ha fatti incontrare..." come scrive stupendamente la poetessa Bruna Milani.

Allora, ARRIVEDERCI ITALIA, NON ADDIO!


Denisa Elena Petrehus
Università Babes-Bolyai, Cluj-Napoca, Romania




ACCOGLIENZA: ESPRESSIONE DI CULTURA

Casa Montagna : la denonimazione della struttura aperta a ricevere ragazzi da tutto il mondo per celebrare insieme il Festival dei giovani in un clima di multiculturalità, quale promessa di intesa fra i popoli per la pace, è già un programma di formazione e di vita.
L'accoglienza è il calore della Casa, luogo di conoscenza, di scambio fra culture diverse e, quindi,
di relazioni umane. Una Casa inserita in un contesto di montagna dove le bellezze della natura coi colori intensi del verde e dei fiori, combinati in armonia con la musica delle acque limpide che gorgogliano nei torrenti del Nure e del Grondana, con la musicalità delle varie lingue che si mescolano nel "borgo" anticamente di fabbri e di contadini, alimentano il desiderio della relazione con i ragazzi che giungono da lontano per un'esperienza di comunità etnica e culturale e spingono la mente ad oltrepassare l'orizzonte per conoscere nuovi mondi, nuovi stili di vita, per potenziare la creatività verso nuovi sogni, nuovi progetti, nuove speranze.
A Ferriere Casa Montagna realizza, con la partecipazione di tanti ragazzi che arrivano da nazioni sparse nel mondo, un progetto culturale di accoglienza fra popoli diversi e fra questi con il territorio non solo di Ferriere, ma anche con località della provincia e di altre città.
Ragazzi che si incontrano e si capiscono favoriti dall'alfabeto universale dell'amore che porta a comuni obiettivi: lo stesso desiderio di crescere nel confronto di culture diverse, la gratificazione di sguardi, di sorrisi, di strette di mano in cui passa il messaggio della gioia di essersi conosciuti, di aver donato ciascuno qualcosa all'altro.
La cultura della globalità, esaltata o temuta nei trattati economici. politici, filosofici, a Casa Montagna si vive nell'incontro di culture nazionali, etniche, religiose diverse che, nel rispetto di identità ben strutturate, celebrano la cultura del progresso e della pace.
Sono i messaggi universali dell'accoglienza fra i popoli che, anzichè fronteggiarsi o ecludersi per pregiudizi o per mancanza di conoscenza reciproca, si integrano nell'ideale di un bene comune che raggiunge anche un piccolo paese come Ferriere dove, grazie alle esperienze di Casa Montagna, lo stendardo del Comune, segno dell'identità costruita nel tempo da un popolo di lavoratori onesti ed ingegnosi, si allinea con le bandiere della Romania, della Cina, della Polonia, della Russia e di tanti altri stati per testimoniare l'impegno per la pace nel mondo.
Oggi l'accoglienza assume una dimensione nuova che è quella dell'apertura alla diversità culturale etnica e religiosa , un'apertura possibile e costruttiva garantita da identità forti e sicure capaci di sostenere il confronto per arricchirsi nel donare e nel ricevere.
A sostegno della mia piena adesione alle iniziative di Casa Montagna come occasione di accoglienza e di scambio per la crescita del territorio e per proiettare nel mondo la storia di questo paese, altrimenti anonimo e sconosciuto, mi permetto di riferire alcune esperienze personali.
Quando il 4 luglio u.s.uscendo dalla chiesa, subito dopo aver ricevuto il riconoscimento
del Sant'Antonino d'oro, ho trovato sulla gradinata della chiesa a Piacenza il gruppo dei ragazzi cosacchi che, da Casa Montagna erano venuti con il Direttore Carlo Devoti e con Don Giuseppe, prete missionario anche nella sua terra, per vivere con me quel momento importante, io ho provato l'emozione della mondialità come se quell'avvenimento si inserisse in una rete di relazioni umane costruita con nodi diversi,eppure uniti, che portavano il nome del mio paese di Grondone, di Ferriere, di Piacenza, della Russia, del mondo.
Ho provato la stessa emozione quando, come altre famiglie di villeggianti, abbiamo accolto nelle nostre case i ragazzi di Casa Montagna per una merenda gustata insieme a tanti amici a conferma che doveva essere un incontro di cuori e non di cortesia, per godere insieme la gioia di quello scambio,per far sentire a quei ragazzi l'accoglienza degli amici incontrati a Ferriere .
Incontri indimenticabili con ragazzi che, pur abituati all'accoglienza in grandi piazze come a Piacenza, Bologna, Parma, Genova, hanno ringraziato con lo stesso entusiasmo riservato al grande pubblico.

Resterà nel mio cuore e in tutte le famiglie che hanno promosso questi incontri il ricordo di ragazzi capaci di donare e di ricevere affetto, di esprimere e di apprezzare sentimenti ed emozioni col
linguaggio del sorriso, dell'abbraccio in cui, attraverso il contatto fisico, passava la ricchezza del cuore.
A nome anche delle famiglie che hanno vissuto a casa loro l'esperienza dell'accoglienza ringrazio i ragazzi ospitati per aver lasciato nelle nostre case il profumo della serenità, della gioia, del piacere di conoscere e di farsi conoscere.
Grazie anche e tutti gli altri ragazzi che hanno celebrato quest'anno il festival dei giovani a Ferriere. Li abbiamo visti intenti a dipingere angoli significativi del paese, a scattare fotografie da conservare come documenti dell'esperienza vissuta, a entrare nei negozi,incuriositi dai prodotti italiani e impegnati a scegliere quelli da portare nella loro terra per incontri amichevoli in cui Ferriere sarà idealmente presente. Ci hanno rallegrato con spettacoli degni di grandi palcoscenici, con prestazioni che non avevano la motivazione di uno sfoggio di bravura, ma solo il desiderio di raccontare la cultura dei loro paesi lontani. Hanno recitato preghiere comuni gratificati dalla presenza del nostro Vescovo Gianni venuto ad abbracciarli in nome del Dio dell'Amore che non distingue razze e confini.
Presto,col finire dell'estate,si spegneranno le luci, i suoni e i canti . Casa Montagna resterà silenziosa a testimoniare esperienze di civiltà, di umanità, di religiosità :timbri indelebili perchè nemmeno il tempo e le distanze potranno cancellare i segni lasciati nella storia del territorio, nella mente e nel cuore di chi ha vissuto ed apprezzato queste offerte di cultura e di umanità.

Dina Bergamini



UNA NOTTE D’AGOSTO, IN VIAGGIO VERSO LA CINA DEI MING

Quella sera una fastidiosa indisposizione mi aveva bloccato a letto e tutti i miei tentativi di alzarmi erano falliti, rendendomi così impossibile uscire per assistere allo spettacolo dei giovani stranieri della Casa Montagna, a Ferriere.
Fortunatamente dalla finestra, aperta per il caldo, mi giungeva,anche se confusa e indecifrabile nonostante l’amplificazione del microfono, la voce di Devoti, il “patron”, il deus ex machina del Festival Internazionale della Gioventù, che presentava, come al solito, la serata.
Non potendo essere là di persona, mi consolai di questo ripiego, che mi consentiva almeno di udire le musiche sulle quali si sarebbero svolte le varie danze.
Al tacere della voce di Devoti, infatti, dopo un attimo di silenzio, attaccò veemente e perentorio il suono di un tamburo che, da quel poggio aereo sopra l’abitato, si diffondeva nell’aria tutto attorno.
Quindi il pieno della musica, quella caratteristica degli strumenti melodici tradizionali del lontano oriente, che procedono all’unisono con le voci. Voci femminili sottilissime, dolci, gentili, acute, che uscivano in suoni interrotti, tranciati di colpo, quasi a ribaltarsi:erano sicuramente coro e danzatrici cinesi, fossero proprio della Cina oppure di Taiwan non importa, la cultura è la stessa.
Sotto la profonda impressione, accentuata forse dalla separazione dal luogo dell’avvenimento, come una sorta di cecità che acuiva le sensazioni e sollecitava l’immaginazione, nella mia mente mi pareva di vederla, quella danza.
Ma in contrade lontane, in tempi remoti, trasferita dall’abituale sede degli spettacoli di Casa Montagna, la grande spianata su cui veglia da occidente la cuspide familiare del Carevolo, imponente sfondo a quel proscenio naturale, che pur doveva essere particolarmente suggestivo quella serata, sotto la luce che pioveva da un’estiva luna piena. Mi era già successo con i russi e con altri cinesi qualche anno fa, ma ora la dislocazione era ancora più completa e profonda:dopo un momentaneo passaggio nelle vaghe reminiscenze dell’ambiente delle “Chiavi del Regno” di Cronin, mi trasportava in un villaggio sperduto dell’antico Celeste Impero.
Tra le case a forma di pagoda si snodava un lungo corteo di petulanti omini dall’ampio copricapo di paglia, da cui usciva il lungo codino nel quale erano raccolti i capelli: facevano da contorno alla danza del drago, un’imitazione di serpente dalla testa enorme e orripilante che, sulle spalle di una moltitudine umana che lo sorreggeva e correva a rapidi passettini, evolveva a sinuose spirali sotto una serie infinita di lanterne di carta multicolori, appese a fili tesi da una parte all’altra della via.
Nella calca brulicante si faceva largo una portantina, dentro la quale un personaggio dall’aspetto altezzoso ostentava la sua superbia: riccamente vestito di seta, il cappello di tessuto scuro, a forma di basso cilindro, era sicuramente un mandarino. La folla lo ossequiava e riveriva con profondi inchini, giù nella polvere della strada.
Uscito dal mio viaggio in dormiveglia, cui mi avevano condotto il mio stato febbrile e l’eco della melodia che entrava dalla finestra, mi trovai a sorridere di quel quadretto, per la verità piuttosto stereotipato, che pretendeva di rappresentare la Cina feudale, confuciana, povera e contadina, chiusa in sé stessa, come la immaginavo io al tempo della dinastia dei Ming.
E chiusa la era ancora fino a qualche anno fa.
Ora la Cina moderna, comunista, o post-comunista, che deve avere assunto, nelle sue grandi città almeno, l’aspetto architettonico urbano simile a quello occidentale, è entrata nel consesso delle Nazioni e si sta schiudendo al resto del mondo: il simbolo di questa apertura mi era parso di coglierlo nell’interesse e nello stupore con cui l’anno scorso i giovani cinesi della Casa Montagna, conclusa la loro spettacolare esibizione circense, si erano fermati attorno al palcoscenico all’aperto ad ammirare la danza dei loro coetanei rumeni. Evento che certamente si era verificato anche in altri momenti, con i gruppi delle altre nazionalità presenti in quel turno.
D’accordo, forse solo una mia labile intuizione, comunque un piccolo episodio, una lieve, infinitesimale scintilla del tutto insufficiente ad infiammare la vastità geografica e l’enorme densità demografica della Cina, ma certamente uno spiraglio di accettazione e di disponibilità che, a lungo andare, grazie a una specie di interno effetto domino, potrebbe in quella Società condurre a esiti effettivi di fratellanza con gli altri popoli, una speranza viva perché portata dai giovani, dai loro animi vocati all’amicizia.
Nel frattempo doveva essere subentrato un altro complesso, perché la musica era cambiata: nella notte incipiente una melodia che sembrava caucasica aveva invaso la mia stanza. Pensai subito: i georgiani! Forse proprio gli osseti…
No, impossibile, quest’anno non verranno. E’ solo la mia incompetenza che non mi consente di distinguere le espressioni musicali dei vari popoli.
Così, al ritmo di una danza che non mi riusciva di classificare, mi trovavo a ripensare agli osseti e ai georgiani passati alla Casa Montagna quattro o cinque anni fa.
Ora sono in guerra tra di loro, con i russi che sostengono con le armi l’indipendenza dell’Ossezia dalla Georgia.
Che cosa sarà mai successo a quei giovani in questi giorni di battaglie nel Caucaso?
Ricordavo la fiera danza delle spade che il gruppo degli osseti aveva eseguito sulla piazza di Ferriere, all’uscita della messa domenicale, alla quale avevano assistito fianco a fianco con i loro coetanei georgiani e con quelli russi, non so più di quale regione.
Io non so apprezzare le differenze tra le danze georgiane e quelle ossete, ma pare siano molte e fondamentali, a sentire i due gruppi, ciascuno dei quali difendeva la propria, inconfondibile originalità, non solo in fatto di balletto e di musica, ma anche, più in generale, di costumi. Così,per esempio, anche nell’abbigliamento, che io invece vedevo perfettamente uguale, lo stesso colbacco, la stessa giacca con le caratteristiche cartucciere, gli stessi stivali.
Per me, nella mia ignoranza semplificatrice, si trattava dell’unica cultura caucasica.
Mi rincresceva di non conoscere affatto la geografia, la storia e le usanze di quelle genti e mi ero ripromesso, ahimè finora vanamente, di rimediare.
Chissà se sarà ancora vivo quel danzatore osseto, dallo sguardo di fuoco, che interpretava, nel roteare delle spade, l’impetuoso balletto che mimava situazioni guerriere.
A distogliermi da queste riflessioni si alzava la musica di un’altra danza ancora: pensai che fosse il balletto dei polacchi.
In quel turno, infatti, doveva essere presente un gruppo polacco. Ma era la melodia, nel fondo malinconica e dolce, a darmene la certezza:vi traspariva sommesso il doloroso destino che ha sempre segnato le vicende storiche di quella Nazione, nel corso dei secoli continuamente invasa, dispersa, smembrata dai potenti vicini, a cominciare nel medioevo dai Cavalieri Teutonici. Un grande, ammirevole popolo che ha saputo conservare la propria identità, la propria coscienza nazionale e il proprio orgoglio, nonostante le avverse fortune.
Nel mio pensiero scorrevano immagini di ragazze polacche, bionde, dalla carnagione lattea, dagli occhi cerulei, come quelle che l’anno passato avevo condotto a scoprire i monti attorno a Ferriere: dalla loro spensieratezza e, ancor più, dall’esuberanza dei loro connazionali maschi,avevo ricavato una sorta di curiosa delusione, perché contraddicevano la mia aspettativa di trovare in loro, quasi dovesse essere per sempre marcata nel DNA, la profonda mestizia impressa dalla tragica fatalità storica dei loro padri.
Alla messa della domenica, nell’estate ferrierese un rito davvero ecumenico per la partecipazione, di volta in volta, di numerose etnie e religioni, tutte unite a rendere omaggio all’unico Dio, o a pregare per la pace, ho avuto conferma che si trattava effettivamente di una rappresentanza polacca.
L’ insieme dell’estremo oriente, che finalmente potevo vedere dal vivo, invece non proveniva dalla Cina, bensì da Taiwan (un tempo si diceva assai più frequentemente Formosa…). La visione degli splendidi costumi dorati indossati dalle sue ballerine che, nella danza, agitavano leggiadri ventagli di penne di pavone, mi suggerivano comunque le immagini gentili delle antiche stampe cinesi. In un momento di considerazioni più concrete e materiali, però, sembravano ai miei occhi testimoniare la ricchezza di quell’Isola, per la quale non sarà indolore decidere se farsi reinglobare o meno dall’ingombrante, possente Casa, da cui si erano staccate al termine della seconda guerra mondiale.
Nei volti olivastri dei malesi e nelle loro fogge tipiche, piedi nudi, drappo di stoffa dai colori smorzati a mo’ di gonna, fazzoletto sul capo come un turbante, ho rivissuto rapito improvvisi scorci di antiche fantasie avventurose, tratte dalle mie letture salgariane, tuttavia sminuite nella loro leggendarietà da un simpatico, divertente episodio:l’ inattesa uscita, in perfetto ordine, dell’intero gruppo dalla chiesa poco prima della fine della messa, lasciando un po’tutti di stucco.
Siccome eravamo alla comunione, si poteva ritenere non volessero essere coinvolti in questo momento significativo del cattolicesimo:come mussulmani, si erano spinti anche troppo avanti prendendo parte alla funzione fino ad allora.
Niente di tutto questo, nessun atteggiamento radicale. Si trattava semplicemente di un equivoco: dopo la stretta di mano di don Giuseppe per lo scambio della pace, si erano ritenuti congedati…

Sergio Ravoni




IL MONDO A FERRIERE
Casa Montagna dietro le quinte: un'esperienza indimenticabile


Dalla metà di giugno ai primi di settembre ho vissuto in Alta Valnure con mia moglie un'esperienza indimenticabile.
L'incontro con centinaia di ragazzi, molti ancora bambini, arrivati a Casa Montagna dai Paesi più lontani, ha rappresentato un valore aggiunto ad un soggiorno già di per sè gradevole per le bellezze naturali del nostro Appennino, come tutti sanno.
Ma a questo punto ci vorrebbe la penna (si fa per dire) di Bruna Milani, sempre attenta osservatrice di tutto ciò che i giovani... venuti da lontano hanno saputo rappresentare, sia in forma di esibizione, sia durante la giornata, partecipando alla vita di una comunità organizzata in momenti di grande intensità.
Credo che ci si dovrà accontentare delle semplici riflessioni di un villeggiante, ancorchè non del tutto estraneo ai problemi della vita dei ragazzi e soprattutto alle dinamiche dei gruppi.
Intanto frequentando da curioso il soggiorno dei giovani anche durante la giornata, dovrei dire dietro le quinte dello "spettacolo" serale. Non potevo non rimanere colpito dalla situazione di grande socializzazione, di apertura ai compagni diversi per il colore della pelle, per la lingua, per le esperienze, probabilmente anche per il credo religioso.
Per molte ore durante il giorno, poi la grande serata e l'impegno delle prove, ogni gruppo con l'istruttore, maestro o maestra che fosse, competente, giustamente severo (posso dire senza problemi con il voto di condotta?): quando si fossero presentati al pubblico dovevano dimostrare al meglio le loro capacità, sia danzando (chi classica, chi acrobatica), sia cantando in coro, sia suonando in orchestra. Chiamare tutto ciò "orgoglio" mi sembra appropriato.
Anche vedere con quanta attenzione il gruppo dei danzatori seguiva le prove d'orchestra, applaudiva l'esibizione e sicuramente in tal modo partecipava, apprendeva nuove modalità espressive, era a mio parere sorprendente.
Le serate di spettacolo erano la sintesi di tante giornate di lavoro, anche di divertimento con tanti nuovi compagni di avventura: migliaia di chilometri lontani da casa, ma sempre tra amici e premiati da tanti applausi e simpatia.
In conclusione e per non farla lunga: se qualcuno la prossima estate avesse in mente di programmare un viaggio in Romania o in Russia, in Cina, Taiwan o Malesia, ci rifletta bene: è possibile che ancora una volta sia più facile che molti di questi ed altri luoghi arrivino a Ferriere - Piacenza - ltaly, accompagnati dalla musica, dalle coreografie, dal sorriso di questi ragazzi che ho cercato di farvi conoscere.
*Un villeggiante

di GINETTO GATTONI

07/09/2008



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