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La lettera di Roberta Allodi
L’estate del 1990 ha segnato l’inizio della mia avventura nel mondo del tiro con l’arco.
Inizio casuale, avvenuto proprio alla Scuola di Sport Barilla a Bedonia.
Al termine del soggiorno sportivo ho lasciato il mio nominativo ai rappresentanti della Compagnia
Arcieri Riccio da Parma per essere richiamata per i giochi della gioventù, e così è iniziato tutto...
I primi 3-4 anni praticavo principalmente basket, ma un incidente di percorso mi ha fatto decidere di
dedicarmi a questa disciplina individuale. Così un po’ per scherzo ed un po’ no sono partita dai giochi
della gioventù, per approdare ai campionati italiani, alla nazionale giovanile ed a quella seniores, con
la quale ho ottenuto risultati di prestigio.
L’impegno è sempre stato tanto, più mentale che fisico, molta determinazione e spirito di sacrificio hanno
caratterizzato questi 18 anni di attività.
Devo sicuramente ringraziare i miei allenatori, dallo storico Balbi, che mi ha fatto conoscere
questo sport proprio alla Scuola di Sport, per arrivare al campione paralimpico Gabelli che
mi ha fatta crescere e mi ha portata fino all’apice dei miei risultati.
Uno sport individuale è molto faticoso dal punto di vista psicologico, ma tutto ciò non
influisce sul risultato se la motivazione e l’obiettivo da raggiungere sono più forti. Io sono sempre
stata animata dalla voglia di andare sempre più in alto ed i sacrifici fatti sono stati ripagati
dai risultati, anche se non sempre concretizzati con una medaglia.
Le migliori prestazioni, per me, sono sempre state quelle in cui ho affrontato la gara serena, tranquilla,
ma soprattutto sicura di aver dato il meglio senza fatica.
In alcuni casi si sono concretizzati con l’ottenimento di una medaglia, quali 1999 Campionati Italiani
Indoor titolo di classe ed assoluto e record italiano, 2000 Campionati Mondiali Universitari bronzo
individuale e 2001 Campionati Mondiali Outdoor Seniores argento a squadre.
Per uno sportivo credo che vivere la realtà olimpia o dell’universiade non abbia paragoni. Io
ho avuto la fortuna di viverle entrambe, anche se solo con una pre-olimpica a Sydney nel 1999
ed un’Universiade in Korea nel 2003, ed entrambe sono state emozionantissime.
Si è a contatto con altri sportivi, tutti animati dagli stessi ideali e dallo stesso spirito competitivo,
quello vero, e non quello animato dall’ottenimento di un compenso!
Adesso ho dovuto abbandonare per infortunio, certo un po’ dispiace, ma sono soddisfatta dei miei
risultati e non ho nulla da rimpiangere.
Posso solo ringraziare tutti coloro che mi hanno sempre permesso di coltivare questa mia passione,
dalla mia famiglia, ai miei allenatori, ai compagni di squadra ed alla Scuola di Sport Barilla
che mi ha permesso di iniziare!
Grazie a tutti,
Roberta Allodi
Il curriculum di Roberta Allodi
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UNA SCUOLA DI VITA di Giorgio Arcelli Fontana
La prima volta che mi presentai alla Scuola Sport Barilla di Bedonia avevo dieci o undici anni. Sebbene fossi con un gruppo di amici, provai subito una sorta di paura, o meglio una incontrollabile timidezza di fronte a quelle decine di volti sconosciuti, bambini e ragazzi tutti colorati, tra i quali intravedevo anche fisionomie straniere, facce brune e mulatte. Poi c’era un gruppetto vestito proprio in modo strano. Indossavano un completino bianco e rosso, ornato da pizzi dorati e portavano un cappellino nero stile cilindro ma senza i bordi. Mi sentivo catapultato in un mondo diverso dal solito. Mi avessero detto che quella era solo la prima di tante estati che avrei trascorso in quel paesino sperduto tra gli Appennini non ci avrei mai creduto. Solo ora, quando sono passati più di dieci anni dal mio ultimo soggiorno lì, mi rendo conto che quel mondo nuovo che si era aperto ai miei occhi era semplicemente il mondo, quello vero, quello in cui tutti noi lottiamo giorno dopo giorno, dove incontriamo mille persone e dobbiamo riuscire a dialogare con tutti. Questo mondo io lo affrontai ed imparai ad amarlo a Bedonia, metà anni ‘90.
Non si trattava semplicemente di una scuola sport estiva, come ce ne sono tante, e che i miei amici avevano già frequentato. Io ero stato boy scout e in quei primi giorni di assestamento i paragoni erano inevitabili. Con chiarezza compresi l’importante differenza. Là si imponevano dei valori. Qui non si imponeva un bel niente, semplicemente si imparava ad essere liberi e a saper gestire con responsabilità e disciplina la propria libertà. Si imparava – finalmente! - a considerare la diversità non come un limite ma come una ricchezza in più.
Per quanto mi riguarda, imparai a scegliere, a decidere cosa volevo fare, a comprendere il potenziale dei sogni, valutare la loro fattibilità, accettare i miei limiti e osservare, soprattutto osservare, chi mi stava attorno. L’imprevedibile varietà delle espressioni nei volti dei bambini, le smorfie di piacere, stizza, il riso, gli scherzi. Nella mia mente riaffiora una collezione infinita di fotografie che non sono solo ricordi, ma veri e propri segni di vita, testimonianze di esistenze e avventure che mi hanno fatto crescere e diventare l’adulto che sono. Se ora posso veder realizzate le mie aspirazioni lo devo anche a questo. Alle emozioni, ai colori, alle facce che per anni tutte le estati mi sorridevano e mi facevano vivere e sognare.
Certo, lo sport era al centro di tutto. Ricordo la prima finale di tennis della mia vita – non che poi ce ne siano state molto altre, sigh! Giocavo contro un tizio di qualche anno più grande, che chiamavano Mandingo per le sue movenze amazzoniche, e che aveva una forza impressionante. Le sue smorfie di rabbia che intuivo dall’atra parte della rete me le sogno ancora di notte. Poi però il buon Mandingo fu il primo a sollevarmi per aria finito il match, a farmi i complimenti e offrirmi un Maxibon. Anche perché premi e coppe alla scuola sport Barilla non se ne erano mai visti. Non che non fosse importante vincere. Semplicemente è molto più bello saper divertirsi e lasciar perdere sogni di vana gloria.
Una finale di pallavolo però ce l’ho ancora legata al dito. Ero un po’ più grande allora, e quell’anno mi pare di esserci andato da solo a Bedonia, cioè senza amici di scuola. Tanto lì conoscevo sempre qualcuno, e poi si faceva amicizia coi compagni di stanza e di corso. Come ogni anno si ospitava un gruppo sportivo straniero. Quella volta era il turno delle più forti e splendide pallavoliste della Repubblica Ceca. Ragazzone alte uno e ottanta, muscoli da vendere e dei volti da cinema. Quando passavano per strada tutto il paesino si bloccava incantato, tipo “still life”, come se fossero arrivati i vichinghi.
Torneo del paese. Squadre miste. La Scuola Sport Barilla gareggia con tre di queste amazzoni dell’est e tre pallavolisti nostrani, tra i quali il sottoscritto. Le prime partite le vinciamo tutte senza problemi e arriviamo in finale contro la selezione locale. Quella sera le mie schiacciate (che erano la mia specialità) finiscono sempre sul muro avversario e non trovo modo di evitarlo. Poi sento sulla spalla una manata così forte da farmi rabbrividire tutta la schiena. E’ il dolce tocco di Carlo Devoti, nazionale di pallavolo anni ’70, detto “Picchio” appunto per le sue botte. E il Picchio mi fa: “Giorgino, guarda che tu non sei mica come me, è inutile che insisti a sparar dei siluri, tanto vanno sempre a sbattere. Ascoltami, piega il polso così, e fai dei pallonetti”. Fu un’illuminazione. Mi sentivo tipo Nanni Moretti in Palombella Rossa. Il pallonetto. L’arte nella vita. Quando un ostacolo non riesci a superarlo, prova a girarci attorno. E VAI!!! Punto dopo punto recuperiamo i primi due set. Ma non basta, perché uno non può far pallonetti per tutta la vita, prima o poi ti beccano e prendono le contromisure. Perdiamo tre a due al quinto set. Amen. Ma ce l’ho ancora legata al dito.
Per fortuna la sera era il momento delle feste. Organizzate dai tutori, bambini un po’ cresciuti, e dagli allievi stessi. Semplicemente al pomeriggio si faceva una riunione e si decideva che cosa celebrare. Quante ne ho viste!!! In maschera, gare di barzellette, recite, balli etnici e da balera, karaoke, gare di equilibrio, sketch, e chissà quante altre che ora non mi vengono in mente. Mi ricordo che una volta si doveva eleggere la persona più divertente, e ognuno si doveva inventare un modo per far ridere. Io avevo riesumato una decina di barzellette inedite che aveva inventato mio zio Filippo, e colpo dopo colpo arrivo alla finale. Allorché sfoggio il mio fiore all’occhiello e racconto la storia – vera – delle mie prozie che quando andavano a cena fuori si ficcavano il pollo nella borsa e non contente poi ci mettevano pure le posate, i candelabri e mezzo ristorante.
Sicuro di vincere, ecco che si presenta il biondo Philipp, crucco di Brunico, piccolo, magrolino, ma che nel tennis era dotato di un sinistro micidiale. E quel “para-sedere” riesce a far ridere più di me solo perché parla come il colonnello di Stumptruppen! Mica racconta niente di divertente, no! La cosa che mi faceva più arrabbiare era che lui non si era preparato niente, ne un monologo ne una battuta. Semplicemente raccontava quello che aveva fatto la mattina, che cosa AFEFA MANGATO e banalità del genere. Però faceva ridere. E non capivo perché. Anni dopo, quando mi ritrovai a scrivere la mia prima sceneggiatura per il cinema, me lo ricordai Philipp, e compresi il segreto del suo umorismo. Non basta avere una buona storia tra le grinfie, ma bisogna saperla raccontare. E’ un po’ la differenza tra un barista e Molière alla fine. Onore a quel Philipp allora. Tanto la mia rivincita me la presi sul campo da tennis. Quarto di finale: Giorgio Arcelli batte Philpp Obermaier 6-3, 7-5 e tanti saluti e baci. Con io e Philipp che alla fine del match gironzoliamo abbracciati per i campi sportivi ubriachi di Gatorade.
Camminare in quel parco era come farsi un trip nell’antica Grecia destinazione Olimpia. Uno dopo l’altro i campi per ogni sport, i ragazzini e i maestri. Calcio, pallavolo, basket ma anche tiro con l’arco, roccia, e judo. L’insegnante di judo si chiamava Beppe Vismara, milanese di Cernusco ma con il destino del judo già nel cognome. E in quelle mani da schiacciasassi. Due padelle che quando mi agguantavano il coppino mi facevano tremare tutto il corpo. Odiavo le arti marziali perché non sono mai stato un tipo particolarmente violento. Solo dopo scoprii che il judo, a differenza del karate, è una tecnica di autodifesa. Buono a sapersi. E la cosa che più mi imbestialiva era che in questi combattimenti venivo sempre sconfitto da un piccoletto tutto riccioli biondi alla Lady Oscar che pesava la metà di me. E non me ne capacitavo. Quando Carlo Devoti l’altro giorno mi ha chiamato per dirmi che questo ragazzino è ora campione italiano di judo allora me ne son fatto una ragione.
Oltre a tutto questo, alle battaglie sui campi, gli amici da tutto il mondo, le danze, le feste, le canzoni e i falò, per me la Scuola Sport Barilla vuol dire Arianna. Il mio primo amore. Torniamo indietro di qualche anno, alla mia prima estate alla scuola. Avete presente quando da bambini una mattina ci si sveglia e all’improvviso le macchinine o le Barbie non ci interessano più e nello stomaco sentiamo una strana fitta che non sappiamo cosa è? Quel sentimento (e quel dolore) per me si tradusse per la prima volta in quel volto da fata sul quale i boccoli d’oro scivolavano come miele a ornare quei due lumi azzurri che riflettevano i colori del loro mare di Pola, capo d’Istria. Fu come una folgorazione. Per un attimo mi domandai se quei miei primi undici anni di vita fossero serviti a qualcosa. Follie. Ma non ero certo l’unico a porsi la stessa domanda. E così si rimaneva tutti incantati quando Arianna si prodigava in quelle danze tipiche della sua regione insieme agli altri ragazzi slavi, addobbati da bei costumi colorati. Il primo amore. Platonico e mai ricambiato. A dire il vero non credo che Arianna si fosse nemmeno accorta della mia esistenza. Quello stronzo di Gianluca, mio cugino, riuscì a strapparle un bacio sulla guancia quando lei partì. Non l’ ho mai perdonato.
Mentre rivedo quel pullman scendere la salita e lasciare il borgo appenninico per far ritorno alla contesa Istria con la bella Arianna che fa ciao-ciao a noi poveri Werther dal cuore infranto, mi fischietto in testa quel delizioso motivetto che la faceva danzare. Non lo scorderò mai. E su quelle note che mi rallegrano l’animo, il pensiero vola alle estati trascorse ai piedi del Penice, il monte che ogni anno eravamo costretti a scalare. Arrivati in cima si distendevano davanti a noi prati solcati da ruscelli dove ombreggiate radure rigeneravano i nostri muscoli e i nostri spiriti sereni e soddisfatti di esser riusciti anche quella volta a toccare la vetta dopo tanta fatica. Sudare per raggiungere la meta. Lottare con tenacia per veder realizzati i propri sogni. Questo istinto mi scorre nelle vene grazie alla magnifica e unica palestra di vita che è stata la mia Scuola Sport.
Luis Puna, intervento del 30.03.2009
Ecco la mia storia.
Io mi chiamo Luis Puna, sono nato il 15 agosto del 1986 a Shkoder, una bellissima città che si affaccia sul più grande lago dei Balcani, a nord dell’Albania. Durante la gravissima crisi finanziaria del ’97, che colpì i risparmi di un intera nazione, i mie genitori decidono di immigrare in Italia per offrire a me e mia sorella un futuro migliore.
All’età di 10 anni mi ritrovo catapultato in un paese che avevo tanto sognato. La mia famiglia, a maggio del 97, si stabilisce subito a Bedonia, in provincia di Parma, perché li vi si trovava una mia zia. Con poche conoscenze e risorse, presto ci ritroviamo in grandi difficoltà economiche in quanto nessuno di noi aveva il “permesso di soggiorno” e per miei genitori era diventato quasi impossibile trovare un impiego.
In mezzo a questa grave difficoltà di sopravvivenza i miei genitori erano sull’orlo di mollare e ritornare in Albania. Ma prima di prendere questa drastica decisione, io con mio padre andiamo a bussare alla porta del Seminario Vescovile di Bedonia. Li ci accoglie un Padre con una voce molto profonda e calda, l’allora Rettore del Seminario Don Lino Ferrari che offre ospitalità e lavoro per un lungo periodo.
(se don Lino e’ presente in sala - colgo questa occasione anche per ringraziarlo dal profondo del mio cuore per tutto quello che ha fatto per la mia famiglia nel corso di questi anni. Gliene saremo grati per tutta la vita. Grazie di nuovo Don Lino.)
A giugno dello stesso anno, nel parco del seminario ho conosciuto un omone alto con i capelli un po’ bianchi di nome Carlo. Appena mi presento mi chiede quasi subito: “Di dove sei ragazzo” e io gli dissi “Sono Albanese” allora Carlo aggiunse immediatamente “Ma che bello, non ho mai avuto il piacere di avere un gruppo Albanese nella Scuola di Sport. Ti piacerebbe partecipare e rappresentare la tua nazione nella Scuola? ”. Ovviamente io risposi istintivamente si. Quella sera quando sono tornato a casa, ho però cominciato a pensare e a chiedermi “sarò capace di rappresentare me stesso ma soprattutto la mia nazione in modo adeguato?”. Mi sentii molto responsabilizzato per il fatto che dovevo rappresentare l’Albania in una Scuola dove giovani che provengono da ogni angolo del globo dimostrano con fierezza la loro cultura e le loro tradizioni.
Il mio primo impatto con la vita della Scuola di Sport è stato di totale stupore. Quando ho lasciato il mio paese avevo una immagine dell’Italia bellissima, ma l’immergermi in una realtà come quella della vita quotidiana della Scuola mi ha fatto pensare che, la mia immagine del bel paese, era al quanto limitante. La varietà della scuola mi ha fatto pensare che il tutto era oltre il bellissimo.
Vivere ventiquattro ore su ventiquattro per qualche settimana con altri 300 tuoi coetanei di diverse nazionalità e’ una formidabile esperienza. Il primo giorno che arrivai non conoscevo nessuno. Ma la Scuola, attraverso le sue molteplici attività di sport e animazione, ti invoglia a conoscere e farti conoscere dagli altri.
I ricordi più belli sono legati a tanti momenti: quelle serate passate davanti ai falò giganti a cantare con il suono della chitarra, alle serate passate davanti al karaoke a cantare e, spesso a ridere di quelli che come me stonavano come una campana, ai pigiama party dove ognuno di noi dava libero sfogo alle propria immaginazione, alle notti insonni passate a chiacchierare sotto la luce della luna, alle giornate che cominciavano presto con una sveglia che ogni giorno cambiava musica, a partire dalle urla ed il campanaccio del caro Mattia, alla musica folcloristica dei vari gruppi stranieri, alle giornate piene di sport, piscina e camminate, alla catena umana per scaricare i famosi camion della Barilla, al bellissimo pomeriggio passato a fare le foto di gruppo con la maglietta ufficiale della Scuola, alla scalata del “famigerato” Monte Pelpi, ai famosi turni della stanza che doveva apparecchiare e sparecchiare, agli armadietti blu dei corridoi, alle foto scattateci di prima mattina in pieno sonno, ai mie primi sentimenti per il gentil sesso, ai mie primi sentimenti di vera amicizia e alla mia sfrenata voglia di ritornarci ogni estate. Ecco cosa vi posso dire, non ho che bei ricordi, ricordi che tutt’ora mi provocano una emozione.
La scuola di sport mi ha dato tantissimo in quanto mi ha arricchito culturalmente, mi ha fatto crescere caratterialmente, mi ha fatto diventare, fin da giovanissimo, una persona più responsabile e autonoma, mi ha permesso di sviluppare delle capacità di comunicazione e di instaurare con una certa facilità rapporti con persone di background diversissimi, mi ha fato conoscere e provare tantissimi sport, mi ha insegnato che cos’è un sano spirito di competizione, mi ha fato vivere le mie prime esperienze adolescenziali, mi ha fatto conoscere tanti amici che tutt’ora frequento, mi ha fato scoprire che bisogna essere orgogliosi delle proprie radici culturali, mi ha insegnato che con la diversità noi possiamo arricchirci, mi ha insegnato il rispetto per l’avversario, mi ha insegnato che solo noi stessi siamo responsabili dei nostri atti, mi ha insegnato che molte scelte che facciamo possono influenzare la vita di persone che stanno intorno a noi.
Per me la Scuola di Sport e’ stata come una palestra di vita che mi ha allenato a 360 gradi, nella mente e nel corpo. Sono sicuro che mi ha aiutato a diventare una persona migliore. Auguro a ogni giovane di età compresa tra i 6 e i 18 anni di avere almeno una volta nella vita l’opportunità di provare una tale esperienza.
Oggi, Io sono uno studente iscritto al terzo anno della facoltà di Ingegneria Civile all’Università di Parma. Ho sempre reputato la mia storia di immigrazione come una storia di successo dove al conseguimento di tale successo hanno contribuito in modo determinante la generosa accoglienza offertami da un caro Rettore, ma allo stesso tempo hanno avuto un peso, altrettanto importante, la mia formazione di uomo in un ambiente come quello della Scuola Sport Barilla.
Grazie Scuola Sport Barilla, grazie a tutti gli istruttori,
grazie Carlo Devoti.
Luis Puna
Alessandra Poggioli, la tesi di laurea
Alessandra Poggioli, oggi Insegnante, presentò, come Tesi di Laurea, la sua esperienza presso il Festival Internazionale dei Giovani nel 2003.
Ecco il suo contributo ai festeggiamenti dei nostri 25 anni di vita.
Adela Lupascu, dal 2003 ad oggi

Mi chiamo Adela Lupascu, e la mia esperienza con il Festival Internazionale dei Giovani è cominciata nel 2003 ed ha continuato fino al 2005. La prima volta sono arrivata a Scola Sport Val Nure con un gruppo di compagni rumeni e devo ammettere che l’ambito internazionale del Festival mi ha conquistata del tutto. Incontrare giovani da diverse parti del mondo, portatori di culture, costumi e lingue sconosciute ha contribuido non solo ad arricchire il mio bagaglio di conoscenze, ma d’arricchirmi come persona. Penso che sia questo il gran merito della Scuola Sport: quello di aiutare le persone a crescere, ad aprirsi alle differenze, ad ampliare i propri orizzonti, ma anche a fargli capire che il mondo è come un mosaico, nel quale tutti i pezzettini che lo formano sono diversi, ma che messi insieme, danno un risultato armonioso.
Scuola Sport riesce a trasmettere questi valori attraverso le tante attività che svolge: concorsi sportivi, danze folcloriche, canti, creazione artística e letteraria. Io, per esempio, ho potuto mettere in pratica le mie abilità di dipingere, dato che ero studentessa al Liceo Artistico din Cluj-Napoca (la mia città) quando ho partecipato al Festival. Tra l'altro, il bello è che tutti i giovani hanno la possibilità di lasciare una testimonianza della loro attiva partecipazione al Festival e tale testimonianza si può concretizzare sia attraverso murales e vari disegni, sia attraverso articoli nel Giornalino della Scuola o gare sportive. A Casa Montagna si incontrano non solo culture diverse, ma anche religioni diverse e tutti i giovani di qualsiasi religione sono invitati a partecipare alla messa domenicale celebrata da Don Giuseppe; questo, affinché tutti possano sentire l'appartenenza alla stessa comunione spirituale, alla stessa comunitá di fratellanza.
I valori fondamentali della vita, come l’amicizia, il rispetto, la responsabilità, l’onestà, la solidarietà, valori promossi ed imparati al Festival dei Giovani, mi hanno accompagnata nel mio percorso, sopratutto per cuanto riguarda l’esperienza lavorale ed accademica. La vita mi ha dato la possibilità di lavorare 10 mesi in Grecia (durante la stagione d’estate) in un altro ambito internazionale. Come guida in una bottega di icone bizzantine a Meteora, ho avuto l’occasione di lavorare con persone di vari paesi e di incontrare turisti di tutto il mondo. È stato cosí che mi sono resa conto, ancora una volta, dei veri valori della multiculturalità, dell’intercambiare idee, opinioni e differenze di tutti i tipi. Capire che fra la gente non c’è nessun tipo di barriere, né linguistiche, né culturali, perché il cuore e la qualità umana non appartengono a nessuna nazionalità, questa sarebbe la vera lezione di vita.
Dopo aver terminato i miei studi in Romania (la Facoltá di Teologia Ortodossa e la Facoltá di Relazioni Internazionali e Studi Europei), la mia carrellata internazionale ha poi continuato con la Spagna, dove mi trovo adesso per fare un Master Internazionale di Lingue e Culture straniere. Le discipline che studio si addicono molto bene alla mia esperienza internazionale : Lingua e Civiltà francese, italiana, inglese, Multiculturalismo europeo etc. Qui ci sono studenti dalla Francia, dall’Italia ed anche dalla Cina, ma i valori che si mettono in pratica, sono sempre quelli imparati al Festival dei Giovani, perché sono valori universalmente validi. È per questo che la Scuola Sport Val Nure è più di una scuola di sport, è una scuola di vita, dove si gettano le basi di una armoniosa convivenza multiculturale della quale i giovani sono i promotori e i protagonisti. Per tutto ciò, ringrazio Carlo e gli auguro che continui con lo stesso entusiasmo a "formare" giovani nel loro difficile percorso della vita...
Allo stesso tempo, colgo l'occasione per fare i miei complimenti a Carlo per il Premio per la Pace che ha ricevuto, premio che corona lo sforzo e l'impegno di un vero promotore della pace, elemento indispensabile di un mondo sereno.
Concluderei con una bellissima poesia del poeta camerunese Ndjock Ngana, che potrebbe essere considerata il manifesto della multiculturalità. Il messaggio da percepire sarebbe quello della società multiculturale nella quale stiamo vivendo, che ci insegna ad essere cosmopoliti, aperti alla diversità, ma per questo c’è bisogno che le sbarre delle prigioni che noi stessi costriamo, si sciolgano...
Vivere una sola vita
Vivere una sola vita
in una sola città
in un solo Paese
in un solo universo
Vivere in un solo mondo
è prigione.
Amare un solo amico
un solo padre
una sola madre
una sola famiglia
Amare una sola persona
è prigione.
Conoscere una sola lingua
un solo lavoro
un solo costume
una sola civiltà
Conoscere una sola logica
è prigione.
Avere un solo corpo
un solo pensiero
una sola conoscenza
una sola essenza
Avere un solo essere
è prigione.
Emozioni scritte da Alina e Mattia

Fra le tante cose belle che sono accadute nella nostra esperienza di Scuola Sport Barilla, una che ricordo con più piacere è l¹incontro tra Mattia ed Alina. Tale incontro non solo si è realizzato in un felice matrimonio, ma ha dato vita a due bellissimi bambini, Andrey e Giulia. Sotto riportiamo alcune emozioni scritte da Alina e Mattia:
La Giulia si è appena addormentata e ne approfitto per scriverti qualche riga.
Ci manca molto il tuo campo internazionale con i suoi bei ricordi e anzi se non ci fosse stato questo campo la coppia Alina Mattia che forma una bella famiglia non esisterebbe, proprio il nostro bel rapporto d¹amicizia trasformato in amore proviene da un bel ambiente di amicizie internazionali creati dalla Scuola Sport Barilla che da pochi anni ha cambiato nome ma non la missione.
Abbiamo passato bellissimi giorni INDIMENTICABILI: divertimento, sport, arte e tutto quello che volevi, cosa può desiderare un bambino di più?
Ringraziamo il maestro Carlo Devoti della pazienza che ha avuto con i bambini, è un grande amico di tutti.
Ricordo il mitico Mattia che ci svegliava ogni santo giorno con il suo urlo: SVEGLIA RAGAZZI, E¹ MATTINO! Così ho fatto conoscenza con lui, sempre presente con i gruppi di bambini arrivati alla scuola.
Una scuola allegra e vivace che insegna tutto ciò che è essenziale per andare avanti: l¹amicizia fra le persone che iniziano a conoscersi, la paura che qualcuno ci possa giudicare per la differenza di colore o religione.
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